Il teatrino Gatteschi

L’ingresso del Teatrino Gatteschi di Pistoia

Nell’antico palazzo un tempo della nobile famiglia Gatteschi, in via del Can Bianco a Pistoia, esiste tutt’ora un delizioso teatrino d’inizio Settecento. Ridotto, fra Otto e Novecento, a magazzino e fondaco, è stato restaurato nel 2014 a cura dei proprietari, recuperandone l’originaria bellezza, ed è passato nel 2018 agli Istituti Raggruppati. Le ridotte dimensioni di questo luogo d’intrattenimento e di svago, dalle importanti decorazioni in pittura e stucco, ne rivelano l’uso esclusivo da parte dei membri dell’illustre casato e dei loro aristocratici ospiti. La capienza della piccola platea non doveva essere superiore ad una ventina di persone o poco più, sedute con un certo agio, tenendo anche conto delle ricche ed ampie vesti delle ‘damine’ di allora. Dalla planimetria del piano terreno del palazzo Gatteschi – suddiviso, fra Otto e Novecento, in diverse proprietà immobiliari, e fatto oggetto di ulteriori parcellizzazioni anche più di recente – si riesce ad individuare la preesistente serie di ambienti entro cui il teatrino fu abilmente ricavato. Da una decorosa stanza prospiciente sulla via principale, a destra del portone d’ingresso, che nelle nobili dimore dei secoli XVI-XVII serviva a vari usi (da studio professionale ad archivio e salottino per gli ospiti in visita), mediante altri vani di passo, prevalentemente di servizio, si arrivava un tempo alla rimessa per le carrozze e alla stalla situate in angolo fra vicolo Malconsiglio e la retrostante via di Santo Stefano. Questi necessari ambienti erano anche collegati con il cortile interno centrale, da cui i proprietari e i loro ospiti, smontati di carrozza, potevano accedere mediante la scala antica ai piani superiori, oppure recarsi direttamente al teatrino. Esso era usato soprattutto in Carnevale e durante l’estate, per giocose rappresentazioni come commedie, “burlette” in maschera, melodrammi musicali. Con grande accortezza, il teatrino era stato realizzato entro parte di quelle stanze di servizio e della stalla – che venne trasferita altrove – per evitare che trapelassero all’esterno, con troppa evidenza, gli schiamazzi anche molto liberi con cui i presenti partecipavano agli intrattenimenti buffoneschi e comici.

La costruzione del teatrino in palazzo Gatteschi segnò, con questo prestigioso luogo di svago e di accoglienza nobiliare, l’apice delle fortune e dell’ascesa sociale della famiglia, fondata fin dal Cinquecento sulla carriera militare di molti dei suoi membri, e approdata a fine Seicento al mondo ristretto della politica, del governo cittadino, delle professioni forensi e della cultura. Nonostante la mancanza di una documentazione diretta sull’allestimento del teatrino, grazie all’affresco dipinto entro cornice circolare, al centro della volta che copre la piccola platea, è possibile datare l’intervento all’inizio del Settecento. Ivi è raffigurata la coppia di Venere e Marte, sormontata dalla figura radiante della Pace che compare in alto sulle nubi, mentre alcuni putti portano via le armi guerresche, altri due sono rispettivamente intenti a scolpire su un unico stemma in pietra i due blasoni Gatteschi e Bracciolini, ed a mostrare in un cartiglio la scritta “IN UTROQUE”, alludente ad un’unione matrimoniale fra le due famiglie, la cui ascesa sociale si doveva prevalentemente alla carriera militare.

Il pittore, probabilmente da identificare con il noto quadraturista e ‘figurista’ Rinaldo Botti (1658-1740), attivo anche a Pistoia insieme con gli artisti granducali della corte di Cosimo III, Pier Dandini (1646 – 1712) e Nicolò Lapi (1661 – 1732), al cui stile egli si riferisce, ebbe l’incarico di raffigurare qui, nobilitandola con riferimenti classici, l’allegoria delle nozze, celebrate nel 1707, fra il nobile cavaliere Pistoletto Gatteschi Junior, figlio del cavalier e capitano Giovanni Iacopo, a sua volta figlio del sergente maggiore Pistoletto del capitano Giovanni, con la nobile Maria Francesca Bracciolini. Il dipinto allude in modo evidente ad un momento storico in cui si festeggiava la pace recuperata e la fine di un pesante periodo di guerre (tanto da rendere possibili le nozze anche per un militare e cavaliere ascritto a prestigiosi ordini equestri), ma rivela anche il diretto rapporto della “trovata” del putto che scolpisce nello stemma i due blasoni nobiliari con l’analoga figurazione eseguita ai primi del Settecento, in palazzo Marchetti. L’allusione alla pace dopo pericolosi eventi bellici non può che riferirsi alla vittoria della Cristianità sui turchi a Zenta (1697), seguita dalla pace di Carlowitz, con cui le truppe imperiali, insieme con gli alleati (fra cui i combattenti dei principali ordini equestri italiani e toscani), mettevano fine all’avanzata degli eserciti musulmani verso l’Europa. Pertanto, la redazione architettonica del teatrino Gatteschi va messa in relazione con gli sponsali del 1707: dato che in quei tempi era uso, in ogni famiglia del patriziato, commemorare un simile fausto evento lasciandone stabile ricordo nel palazzo di residenza mediante un’impresa artistica di rilievo, che ne accrescesse il prestigio sociale. L’elegantissima conformazione dell’articolazione interna del teatrino Gatteschi, in cui le membrature architettoniche eseguite in muratura sono riscattate da un’abile progettazione delle stesure decorative in pittura e stucchi, rivela la paternità del “disegno” da ascrivere all’importante e ancora poco studiato architetto e canonico Francesco Maria Gatteschi (1656 – 1722), membro della famiglia e autore di rilevanti progetti per edifici monumentali pistoiesi, fra cui la più antica redazione del Teatro dei Risvegliati (oggi Teatro Manzoni).

L’interno del teatrino è suddiviso in tre ambienti. Dall’originaria porta di accesso, attualmente richiusa, che si apriva sul lato sud, si accedeva alla piccola platea. Un arcoscenico, decorato finemente in stucco (così come l’imposta della cupoletta che sormonta la platea stessa), separa questa parte della “scena”, quadrangolare, coperta da volticina a botte, il cui fondale reca, ai due lati, due porticciole per l’entrata e l’uscita degli attori. Il terzo ambiente, chiaramente di servizio, consiste in un corridoio sulla testata nord, che a destra immette in un vano ad uso di cucina, a sinistra porta ad una scaletta interna che conduce al soppalco sopra la scena, dove all’occorrenza prendevano posto i musicanti. Tale parte, evidentemente, rimaneva nascosta agli occhi degli spettatori e permetteva non solo lo svolgimento della rappresentazione ma anche, molto probabilmente, la possibilità di preparare, da parte della servitù, bibite e “rinfreschi” da offrire agli spettatori. All’interno l’addobbo decorativo assai poco ricco e studiato sopperisce alla modestia dei materiali da costruzione, in semplice muratura. Il maggior sfoggio ornamentale è concentrato entro la platea, dove risultano strettamente integrato e organicamente pensati sia la struttura architettonica che l’interno programma figurativo e decorativo. Nella zona di separazione fra platea e scena, le due colonne in stile ‘tuscanico’, che sostengono l’arcata, sono dipinte in finto marmo “mischio”, rosso cupo con venature gialle; altre simili colonne, questa volta dipinte à trompe-l’oeil, sostengono le finte arcate includenti raffigurazioni, nelle due pareti laterali attigue. Sulla trabeazione dell’arcoscenico, decorata in stucco, si erge al centro l’elegantissima allegoria della Pace, che ‘si fonda’ sulla cultura quando sono abbandonate le armi guerresche: qui rappresentate – sovrastate da una pila di libri sopra i quali poggia i piedi la Pace – sparpagliate a terra, lungo il fronte dell’architrave. L’animata figura della Pace alata si staglia su un’apertura ad arco che dà luce al soppalco retrostante, destinato ai musici: una particolare suggestione dovevano dare ad essa quasi rendendola viva, i molti lumi ad olio accesi, dalla mobile fiamma, che illuminavano quell’ambiente dov’era celata l’orchestra, e da cui la musica si diffondeva nel teatrino. Lo stile di questi stucchi rimanda all’espertissima mano di uno dei più importanti maestri plasticatori del tempo, Giovan Battista Ciceri (metà del Settecento-1715) che, com’è noto, si avvaleva dei disegni del famoso scultore e architetto granducale Giovan Battista Foggini (1652-1725). Al Ciceri sono da assegnare anche i raffinati cartigli in stucco, già di gusto rococò, che occupano i quattro pennacchi di raccordo della volta a vela che copre la platea con la finta cupoletta circolare con l’affresco di Venere e Marte.

 

Testo Lucia Gai

Foto Nicolò Begliomini

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