Ogni 25 luglio, la piazza del Duomo di Pistoia si trasforma in una grande arena in cui i cavalieri dei quattro rioni
cittadini, Drago, Cervo Bianco, Leon d’Oro e Grifone, si confrontano nella Giostra dell’Orso, momento culminante delle celebrazioni dedicate al patrono San Jacopo.
Un evento che ogni anno richiama cittadini e visitatori, idealmente uniti in una sorta di rito collettivo.
I cavalieri si sfidano al galoppo cercando di colpire con la lancia il bersaglio a forma di orso, simbolo araldico della città. Vince la giostra il rione che totalizza il maggior numero di punti, ma un premio speciale, lo Speron d’oro, viene assegnato al cavaliere che ottiene la prestazione più brillante e il punteggio più alto.
Nell’edizione 2025 ad aggiudicarsi il prestigioso riconoscimento è stata una giovane e splendida amazzone: Ilaria Signorini, venticinque anni e un entusiasmo incontenibile. Ilaria corre per il Grifone e questa è stata la sua quarta giostra, ma siede in sella fin da bambina. A trasmetterle questa passione è stato il padre David.
«Il mio primo cavallo è stato un pony nero che si chiamava Mina» – racconta Ilaria. «Avevo tre anni. A Piteccio, vicino a casa mia, c’era un maneggio che stava per essere dismesso. C’era rimasto solo questo pony: il mio babbo mi ci mise sopra e io subito me ne innamorai. In estate poi andavamo a Follonica in vacanza: lasciavamo la mamma sulla spiaggia e noi scappavamo al maneggio. Da allora non ho più smesso di cavalcare e di allenarmi. Ho cominciato con la sella americana, partecipando a molte gimkane, e a 15 anni ho vinto i campionati italiani a Verona. Col tempo ho iniziato con le giostre e sono passata alla sella inglese».
Il desiderio di avere un cavallo tutto suo è stato presto esaudito.

«La mia prima cavalla si chiamava Luna e con lei ho fatto le mie prime passeggiate. A un certo punto però si è manifestata un’allergia all’olivo e il babbo ha preferito venderla per trasferirla in un ambiente più salutare e anche perché non voleva che io la vedessi deperire. È allora che ho cominciato a chiedere un cavallo bianco come quello di Pippi Calzelunghe. Dopo molte ricerche l’abbiamo trovato quasi per caso da un rivenditore di Cireglio: una cavallina giovane che si chiamava Erbina. È stato amore a prima vista. L’ho tenuta tredici anni e con lei ho vinto tante gimkane. Qualche anno dopo ho conosciuto un cavallo grigio.
Il suo proprietario voleva disfarsene perché non riusciva a gestirlo e aveva già deciso di portarlo al macello per 600 euro. Era giovane e bello, ma nervoso e incontrollabile: si buttava a terra, non si faceva cavalcare.
L’idea che potesse essere ucciso mi faceva rabbrividire. Ho convinto mio padre a comprarlo per quella stessa cifra e con tanta pazienza siamo riusciti a riaddomesticarlo e domarlo, salvandogli la vita. Si chiama Gery, ma io l’ho ribattezzato Biscotto ed è ancora nelle nostre stalle in ottima salute insieme ad altri nove cavalli».
Nel frattempo Erbina purtroppo se n’è andata. «Ha cominciato a lamentarsi: una gamba non la sosteneva più. Le abbiamo costruito una sorta di carrucola per tenerla in piedi, ma col tempo era diventata praticamente inferma e alla fine ha smesso di reagire. Aveva 26 anni e vederla morire è stato un grande dolore. Abbiamo voluto seppellirla nel giardino di casa».

Ilaria e David hanno da molti anni un loro maneggio: il Mini Ranch di Piteccio. Tutti i giorni dell’anno, mattina e sera, vanno a governare i cavalli: li nutrono e li puliscono.
La mattina alle sette e mezzo Ilaria arriva alle stalle e impiega circa un’ora per sistemarli; la sera, tra le cinque e le sette, la stessa storia. Li aiuta un veterinario di fiducia, Simone, che si occupa solo di equidi. «Simone è una persona speciale, che ti fa ragionare sui problemi. I cavalli sono come figli.
Quando hanno un problema per me è una cosa gigantesca. Io lo chiamo e lui corre. I cavalli possono avere le coliche, alcuni hanno bisogno di una dieta particolare, e lui mi dà istruzioni per ciascuno di loro: cosa possono fare e cosa devono mangiare.
Ogni animale, a seconda dell’età e delle necessità, ha le sue pappine e i suoi integratori. I cavalli anziani, poi, richiedono cure speciali. Gilda, la cavalla storica del babbo, per esempio, ha i denti consumati e da quando è diventata anziana se ne sta a riposo.
Nel tempo la lista degli ospiti si è allungata: sono arrivate Stella, con cui ho corso la Giostra dell’Orso nel 2022 e nel 2023, e Potentilla, con cui ho potuto correre diverse quintane grazie al veterinario che ha risolto un grave
problema di accumulo di acidi lattici.
Poi Sonora, con cui ho partecipato a molte gimkane, Cabana, purosangue inglese, con cui sono arrivata seconda Monselice nel 2023, e Zio Rosas, bello, grosso e muscoloso, con cui ho vinto lo Speron d’oro. Fata è invece una cavalla che ho preso da poco, una nuova promessa. Nel maneggio sono nati anche tre puledrini: Gastone, Erbina Seconda e Alice».

Gli allenamenti sono lunghi e faticosi: da marzo a novembre, tre o quattro ore al giorno. Quella pistoiese non è l’unica giostra che Ilaria corre, in un contesto dove i cavalieri sono sempre più numerosi delle amazzoni.
Ha vinto la Disfida dell’Aquila e del Leone di San Secondo Parmense, ha partecipato, piazzandosi molto bene, alla Giostra della Rocca di Monselice e alla Giostra dei Bastoni di San Gimignano, conquistando poi per cinque volte consecutive il titolo di “Migliore amazzone d’Italia”, assegnato ogni anno in una delle città dove si disputano giostre storiche.
Il punteggio dipende dalla storicità della manifestazione: più antica è la giostra, più punti si guadagnano.
«Un grande cavaliere, Gino, mi ha dato un insegnamento fondamentale: quando sei su un cavallo devi estraniarti da tutto e pensare solo a te e al cavallo. Dare il tuo giudizio, rimanere inflessibile sulla tua idea e andare dritta. Un’altra figura importantissima nella mia formazione è Giacomo, allenatore e responsabile dei cavalli del Rione del Grifone. Ci siamo conosciuti alla Giostra del Giglio che fino a qualche anno fa si correva a Firenze, in piazza Santa Croce. Io partecipavo come concorrente: lui mi ha visto ed è rimasto folgorato. Mi ha voluto nella sua squadra, ha capito in profondità il mio carattere e ha trovato la chiave giusta per portarmi dove sono arrivata oggi».

La Giostra dell’Orso di quest’anno l’ha trovata particolarmente motivata.
«Ce l’ho messa tutta. Sono arrivata all’ultima tornata cercando di dare il meglio di me. “Dai Ilaria – mi dicevo – è l’ultima, poi è finita. Prendi due orsi e vai a casa”. Io e un altro cavaliere eravamo a pari merito, ma io sono stata più veloce e ho preso un punto in più. I miei compagni di squadra mi facevano segno di alzare la lancia: sulle prime non capivo, ma l’ho fatto. Solo dopo qualche secondo ho realizzato di aver vinto lo Speron d’Oro».
Nel futuro di Ilaria c’è il sogno di trasformare questa passione in un mestiere. Le qualifiche e gli esami per insegnare equitazione sono già nel cassetto. Ma più ancora dei titoli conta la strada percorsa fin qui: anni di allenamenti, cavalli accuditi ogni giorno, cadute, pazienza e dedizione.
È da lì, molto prima della vittoria in piazza del Duomo, che è iniziata davvero la sua corsa.
Testo di Chiara Caselli
Foto di Giorgio Lapini e Archivio famiglia Signorini




