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Sospeso tra terra e cielo

Parco delle Stelle: il silenzioso spirito del luogo.

Tutti i luoghi possiedono un proprio carattere, ma alcuni lo hanno particolarmente forte e profondo. È quello che viene definito genius loci, lo spirito che può essere percepito, che proviene dalla sua storia e dal suo essere presente, ma che riesce anche a indirizzare il suo destino.

È questo il caso di Pian dei Termini, sulla Montagna Pistoiese, non lontano da Gavinana e ai margini della Foresta del Teso. Un luogo limite, come ci ricorda il cippo di pietra che marcava il confine fra le antiche proprietà boschive granducali e gli ultimi poderi coltivati. Il destino del luogo si è poi espresso una trentina di anni fa quando è stato scelto (non casualmente) come sede del nuovo Osservatorio Astronomico ed oggi con questo Parco delle Stelle. Conoscevo Pian dei Termini, o meglio ci ero passato più volte per arrivare a Spianessa, a Pratorsi e al crinale, e quando mi è stato chiesto un aiuto per realizzare un parco scientifico-didattico collegato all’Osservatorio e dedicato al Sistema Solare ho subito accettato con entusiasmo. Fare giardini e pensare possibili trasformazioni fa parte ormai da 30 anni della mia vita non solo professionale, ma talvolta l’intervento più forte risulta quello di non toccare alcuni elementi e stravolgere l’identità profonda dei luoghi. Qui non si doveva assolutamente interrompere l’apertura, l’ariosità, il declivio costante, il suo essere contemporaneamente terra e cielo, e il progetto doveva prima di tutto rispondere a questi diktat di vuoto.

sospeso terra cielo 4 sospeso terra cielo 6

E l’altra parte essenziale da considerare, perché potenzialmente perniciosa, era costituita dalle forme e dai materiali con cui sarebbero stati realizzati i manufatti del parco, sia quelli direttamente connessi alle sue finalità scientifiche e didattiche, che quelli più prosaicamente funzionali come recinzioni e viabilità. In una parola, dovevo capire il linguaggio paesaggistico da usare in quel contesto. Un paio di mesi prima di essere chiamato dall’Amministrazione, ero in vacanza dalle parti del Latemar sulle Dolomiti e visitai a San Valentino in Campo nel comune di Cornedo il recente Planetario dell’Alto Adige. Casualità o destino, fatto sta che osservai con attenzione il notevole sforzo, anche finanziario, che aveva permesso quella realizzazione, caratterizzata da un forte impatto moderno e tecnologico, diffuso e ormai accettato negli ambienti alto-atesini, per altri versi idilliaci e romantici.

Per Pian dei Termini ebbi subito la convinzione che il linguaggio doveva essere diverso e che dovevo farmi aiutare da altri per trovarlo. Ne parlai con Alice Sobrero e al sindaco, mostrando quello che secondo me doveva essere il cosiddetto concept, e feci vedere alcune opere di Arte Ambientale, in particolare quelle realizzate in Val Sugana ad Arte Sella. Proposi così a due amici scultori, Andrea Dami e Silvio Viola, di cominciare a pensare a forme e materiali che concretizzassero il sole, i pianeti e le stelle che ci circondano. Uno scelse ferro e ceramica, l’altro il legno e presero forma i manufatti che oggi compongono il Trekking Planetario e il Parco delle Stelle.

Con loro ho discusso la localizzazione delle opere e come dovevano essere percepite e fruite, fermo restando che il “centro” del parco doveva rimanere il “vuoto”. Abbiamo scelto perciò di agire soprattutto sui margini, in modo che il visitatore trovasse il racconto di una storia che, se voleva, poteva approfondire, ma che innanzi tutto si sentisse in un luogo speciale da cui collegarsi, visivamente o idealmente, con l’intero cosmo. A parte i manufatti di servizio, come la recinzione resa obbligatoria dai cinghiali numerosi e voraci, ma tenuta bassa per impattare meno possibile sulle superfici inclinate degli ampi prati, e la strada, disposta sul margine e addolcita a pendenze che tutti potessero percorrere, l’unico gesto paesaggistico che mi sono sentito autorizzato a compiere è stata una sottolineatura, nelle forme più umili e discrete. Come una goccia in uno stagno, così far cadere un sole concreto e pesante, avrebbe prodotto una serie di increspature nel prato sottostante, rese visibili da piccole scarpate sottolineate da una vegetazione particolare, costituita dai fiori tipici della montagna, qui solamente più concentrati. Da un punto di vista didattico, questi archi ellittici altro non sono che le orbite fiorite degli otto pianeti del nostro sistema solare.

sospeso terra cielo 9 sospeso terra cielo 7

Mi rendo anche conto che la nostra opera a Pian dei Termini è legata al tempo, che le orbite fiorite si coloreranno solo in certi periodi stagionali, e con una prospettiva più a lungo termine, i manufatti avranno una loro vita, spero felice e duratura, ma non eterna. Ma sono anche convinto di aver ascoltato il silenzioso spirito del luogo e, spero, di non averlo tradito.

TESTO

Marco Cei

FOTO

Nicolò Begliomini 

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